Come potremmo delineare l'ideale di una città concreta, che cammina da Ur verso Gerusalemme al passo di Abramo?
Non mi riferisco a una città ideale ma a un ideale di città: una città nella quale ci sono spazi per quell'azione dello Spirito che fa da contrasto al lievito e al fermento di Babilonia, di Sodoma, e di Gerico e conduce verso la Gerusalemme che speriamo.
Questi spazi sono di diversi tipi.
Anzitutto sono spazi di silenzio, anche nel centro della città. Emblematico, in questo senso, è il Duomo di Milano, costruito come icona della Gerusalemme celeste, ma con i pilastri piantati nella terra, come invito perenne a elevare in alto il cuore e la mente. Come il Duomo, ci vorrebbero tanti luoghi propizi al silenzio, alla riflessione, all'ascolto.
Dopo il silenzio e l'ascolto occorre il dialogo. Per questo ci vogliono le piazze, le agorá in cui la gente si possa ritrovare per capirsi e scambiarsi i doni intellettuali e morali di cui nessuno è privo.
In terzo luogo ci vogliono le vie percorribili in tutti i sensi, cioè tutte quelle reti di relazioni che si coagulano in amicizie e accoglienze e che, se autentiche e profonde, raggiungono anche persone diverse per cultura, razza e confessione religiosa. Mi colpisce a tale proposito come già il mondo classico fosse sensibile a questo aspetto e definisse la città anzitutto come un luogo di amicizia. (...) Aristotele osa affermare che "quando si è amici, non c'è affatto bisogno della giustizia, mentre, anche essendo giusti, si ha bisogno dell'amicizia, e il punto più alto della giustizia sembra appartenere alla natura dell'amicizia". Ciò mostra che la speranza di restaurare i rapporti in una città solo sulla base della giustizia, che pure è una delle virtù più alte, è insufficiente, perché c'è un fondamento di concordia umana che sta al di sotto e sostiene tutti gli sforzi successivi per stare insieme e dare a ciascuno il suo.
Quarto luogo o situazione: l'intercessione e l'ospitalità. Unisco le due realtà così come le unisce l'episodio di Abramo che accoglie i tre misteriosi pellegrini davanti alla sua tenda e intercede presso di loro -di fatto presso Dio-, perché Sodoma si salvi (Cfr. Gen 18-19). Ospitalità a Dio e allo straniero sono realtà misteriosamente connesse lungo tutta la Scrittura. Si afferma così un misterioso rapporto tra ospitalità allo straniero e operosità per la pace nel mondo.
Coi mezzi sopra indicati, e con molti altri che si potrebbero ricordare, non intendo dire che avremmo una città ideale, ma che saremmo in cammino verso una città che ancora non c'è e apriremmo gli occhi per vedere, sotto le sembianze di Babele, anche quella Gerusalemme che è già tra noi e di cui già abbiamo avuto esempi concreti e significativi.
domenica 4 dicembre 2011
venerdì 2 dicembre 2011
La città: il luogo nel quale imparare a vivere e costruire lo Shalóm
Secondo Harwey Cox la storia umana va verso una città.
Egli ricordava infatti che il cammino umano non è descritto nella Bibbia come un cammino verso un "paradiso", nel senso originario di "giardino", "giardino delle delizie", anche se da esso parte l'umanità. La meta del cammino umano non è né un giardino né la campagna, ma la città.
É la città descritta nell'Apocalisse (cap.21-22)
La città ideale, meta del cammino umano ha in sé il meglio del paradiso originario, il fiume dell'acqua e l'albero della vita; tuttavia è una città, un luogo dove gli uomini vivono in un intreccio di relazioni molteplici e costruttive.
É una visione che può sembrare utopica, aerea, astratta. Essa è tuttavia un monito che ci inchioda alla città. Il nostro cammino, il nostro ideale non è quello di un week-end di fuga verso l'aria pulita dei monti e delle campagne, verso la solitudine e il silenzio, ma verso il formicolio delle genti radunate insieme per una grande festa.
L'antitesi della città biblica non è la campagna, ma il deserto che tutto divora e tutto distrugge; dunque, la scelta è: o il deserto o la città.
Volendo tradurre laicamente quanto ho tentato di dire fin qui in termini biblici direi che per superare le maledizioni e fatiche della città e per leggere dentro di essa la presenza di non poche benedizioni come pure di non poche gioie sincere, non occorre necessariemente avere davanti agli occhi una città ideale, ma almeno un ideale di città. Una città fatta di relazioni umane responsabili e reciproche, che ci stanno dinnanzi come un impegno etico. Allora la città diventa un'occasione, anzi una miniera inesauribile di possibilità di intessere relazioni autentiche, sia con lo strumento del gesto costruttivo o propositivo, sia -e forse ancora di più- con lo strumento del gesto dell'accetazione, dell'ospitalità, della riconciliazione e persino del perdono.
(...)
La città non è, dunque, il luogo da cui fuggire a causa delle sue tensioni, dove abitare il meno possibile, ma luogo nel quale imparare a vivere. Tutta la storia della Gerusalemme biblica è una storia del conflitto tra il deserto che la minaccia l'ideale di pace che la muove e la sostiene da tremila anni perché non si stanchi di ricercare lo Shalóm anche in mezzo a tutte le contraddizioni che sembrerebbero mostrare l'impossibilità della pace.
Carlo Maria Martini, Verso Gerusalemme, 2002, Feltrinelli, pp. 21-23
Egli ricordava infatti che il cammino umano non è descritto nella Bibbia come un cammino verso un "paradiso", nel senso originario di "giardino", "giardino delle delizie", anche se da esso parte l'umanità. La meta del cammino umano non è né un giardino né la campagna, ma la città.
É la città descritta nell'Apocalisse (cap.21-22)
La città ideale, meta del cammino umano ha in sé il meglio del paradiso originario, il fiume dell'acqua e l'albero della vita; tuttavia è una città, un luogo dove gli uomini vivono in un intreccio di relazioni molteplici e costruttive.
É una visione che può sembrare utopica, aerea, astratta. Essa è tuttavia un monito che ci inchioda alla città. Il nostro cammino, il nostro ideale non è quello di un week-end di fuga verso l'aria pulita dei monti e delle campagne, verso la solitudine e il silenzio, ma verso il formicolio delle genti radunate insieme per una grande festa.
L'antitesi della città biblica non è la campagna, ma il deserto che tutto divora e tutto distrugge; dunque, la scelta è: o il deserto o la città.
Volendo tradurre laicamente quanto ho tentato di dire fin qui in termini biblici direi che per superare le maledizioni e fatiche della città e per leggere dentro di essa la presenza di non poche benedizioni come pure di non poche gioie sincere, non occorre necessariemente avere davanti agli occhi una città ideale, ma almeno un ideale di città. Una città fatta di relazioni umane responsabili e reciproche, che ci stanno dinnanzi come un impegno etico. Allora la città diventa un'occasione, anzi una miniera inesauribile di possibilità di intessere relazioni autentiche, sia con lo strumento del gesto costruttivo o propositivo, sia -e forse ancora di più- con lo strumento del gesto dell'accetazione, dell'ospitalità, della riconciliazione e persino del perdono.
(...)
La città non è, dunque, il luogo da cui fuggire a causa delle sue tensioni, dove abitare il meno possibile, ma luogo nel quale imparare a vivere. Tutta la storia della Gerusalemme biblica è una storia del conflitto tra il deserto che la minaccia l'ideale di pace che la muove e la sostiene da tremila anni perché non si stanchi di ricercare lo Shalóm anche in mezzo a tutte le contraddizioni che sembrerebbero mostrare l'impossibilità della pace.
Carlo Maria Martini, Verso Gerusalemme, 2002, Feltrinelli, pp. 21-23
giovedì 1 dicembre 2011
La piccola comunità cristiana nella grande città pagana
Tra le rovine di Efeso si comprende meglio il significato della Lettera di Paolo, mandata a una comunità che viveva in una città ricca, opulenta, stracarica di monumenti straordinari, che viveva in un mondo pagano pieno di crudeltà, superstizione - pensiamo al culto della dea Artemide -, in una città dove il paganesimo si mostrava forte, invincibile, glorioso, strapotente e la piccola comunità cristiana appariva un piccolo gruppo insignificante.
Eppure alla piccola comunità di Efeso Paolo scrive presentando una grande visione del disegno di Dio sul mondo, uno sguardo cosmico sul futuro dell'umanità. La sua lettera prevede uno svolgimento della storia che ha il suo centro in Cristo, e si rivelerà vittoriosamente aldilà di ogni resistenza umana: è il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose.
Efeso, 18 giugno 2002, card. Carlo Maria Martini
Eppure alla piccola comunità di Efeso Paolo scrive presentando una grande visione del disegno di Dio sul mondo, uno sguardo cosmico sul futuro dell'umanità. La sua lettera prevede uno svolgimento della storia che ha il suo centro in Cristo, e si rivelerà vittoriosamente aldilà di ogni resistenza umana: è il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose.
Efeso, 18 giugno 2002, card. Carlo Maria Martini
mercoledì 30 novembre 2011
La "Gioia Perfetta" non disdegna piegarsi sulle sofferenze proprie e altrui
Mi piacerebbe riassumere tutto il mio ministero più che ventennale a Milano con l'augurio: "La vostra gioia sia perfetta". Un augurio, una parola semplicissima, ma di cui abbiamo paura. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, tante le situazioni sbagliate, le guerre, le sofferenza: con tali giuste ragioni noi ci priviamo della gioia perfetta.
Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore per l'ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più profonda, dalla quale ci dispensiamo troppo facilmente pensando che non sia per noi, che stoni di fronte al coro di lamentele proprio della nostra società occidentale. Se apriamo i giornali, ci accorgiamo che ogni giorno c'è una polemica, un conflitto, una rissa, un sospetto, un retroscena, e così la nostra gioia si intride di tristezza, si rovina come se fosse marcia.
In realtà la gioia deve essere perfetta e vi auguro di scoprirla come gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferene proprie e altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.
Efeso, 18 giugno 2002, card. Carlo Maria Martini
Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore per l'ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più profonda, dalla quale ci dispensiamo troppo facilmente pensando che non sia per noi, che stoni di fronte al coro di lamentele proprio della nostra società occidentale. Se apriamo i giornali, ci accorgiamo che ogni giorno c'è una polemica, un conflitto, una rissa, un sospetto, un retroscena, e così la nostra gioia si intride di tristezza, si rovina come se fosse marcia.
In realtà la gioia deve essere perfetta e vi auguro di scoprirla come gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferene proprie e altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.
Efeso, 18 giugno 2002, card. Carlo Maria Martini
mercoledì 16 novembre 2011
Il Card. Martini a confronto con san Francesco
Noi ci domandiamo presso il luogo del beato transito di Francesco: che cosa ci impedisce oggi maggiormente di vivere la radicalità della fede? Ci troviamo di fronte, nel nostro mondo occidentale, all'ansia di possedere, alla paura di perdere, all'angoscia di rischiare, che rende tutti garantisti, aggressivi e polemici per la difesa del proprio benessere, sospettosi del bene altrui, solleciti più dell'interesse privato che del bene comune.
Se dobbiamo dare un nome alla causa radicale della bramosia dell'avere più che del desiderio di essere, ci viene in aiuto la Bibbia: La paura della morte.
La lettera agli Ebrei presenta Gesù come Colui che ha liberato, con la sua morte e risurrezione, coloro che "per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Ebr 2,15). Quando l'orizzonte dell'immortalità e dell'eternità si restringe e si offusca, l'uomo si chiude nel presente, difende con accanimento quel poco che ha: avverte che la morte è come in agguato per rapirgli i suoi beni e li vuole godere il più a lungo e il più intensamente possibile, tentando di esorcizzare e di dimenticare la sua finitudine.
Tratto dall'omilia del cardinale C.M.Martini nella festa di san Francesco, Assisi, Basilica Patriarcle di san Francesco, , 4 ottobre 1995
giovedì 13 ottobre 2011
Il Signore verrà e io lo vedo ogni mattina. Sul relativismo cristiano
«Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Queste parole mi dicono molto, perché dalla mia finestra di Gerusalemme io vedo il Monte degli Ulivi e intravedo il luogo tradizionale della Ascensione, segnato da un piccolo minareto. E sento come di là mi risuonino dentro queste parole: «Gesù tornerà, tornerà, a quel modo in cui l’avete visto andare in cielo». Allora mi sorge nel cuore la preghiera: vieni, Signore Gesù, ritorna a visitarci. Signore Gesù, noi amiamo, attendiamo la tua manifestazione, desideriamo che venga il tuo regno, che siano saziate la nostra fame e sete di giustizia, che si compia la tua volontà in pienezza. Fa’ che cerchiamo anzitutto, come ci hai insegnato nel Discorso della montagna, il regno di Dio e la sua giustizia. Chiedo la grazia che questo regno venga, e non semplicemente che venga quasi impercettibilmente nella storia, ma che venga nella sua manifestazione totale e definitiva, là dove tutto sarà chiaro, tutto apparirà trasparente. E’ a partire da quel momento culminante in cui la storia sarà giudicata da Dio, che noi siamo invitati a leggere la nostra piccola storia di ogni giorno. Il Signore viene, il Signore verrà, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.
Si dice giustamente che nel mondo c’è molto relativismo, che tutte le cose sono prese quasi valessero come tutte le altre, ma c’è pure un “relativismo cristiano”, che è il leggere tutte le cose in relazione al momento nel quale la storia sarà palesemente giudicata. E allora appariranno le opere degli uomini nel loro vero valore, il Signore sarà giudice dei cuori, ciascuno avrà la sua lode da Dio, non saremo più soltanto in ascolto degli applausi e dei fischi, delle approvazioni o delle disapprovazioni, sarà il Signore a darci il criterio ultimo, definitivo delle realtà di questo mondo. Si compirà il giudizio sulla storia, si vedrà chi aveva ragione, tante cose si chiariranno, si illumineranno, si pacificheranno anche per coloro che in questa storia ancora soffrono, ancora sono avvolti nell’oscurità, ancora non capiscono il senso di ciò che sta loro accadendo.
Il Signore verrà e io lo vedo ogni mattina, perché il sole sorge proprio dal Monte degli Ulivi e col sorgere del sole sento la certezza del venire del Signore per giudicare fino in fondo la nostra vita e renderla trasparente, luminosa, oppure per purificarla là dove essa necessita di purificazione.
(Card. Carlo Maria Martini nell'omelia per i suoi XXV anni di episcopato)
Si dice giustamente che nel mondo c’è molto relativismo, che tutte le cose sono prese quasi valessero come tutte le altre, ma c’è pure un “relativismo cristiano”, che è il leggere tutte le cose in relazione al momento nel quale la storia sarà palesemente giudicata. E allora appariranno le opere degli uomini nel loro vero valore, il Signore sarà giudice dei cuori, ciascuno avrà la sua lode da Dio, non saremo più soltanto in ascolto degli applausi e dei fischi, delle approvazioni o delle disapprovazioni, sarà il Signore a darci il criterio ultimo, definitivo delle realtà di questo mondo. Si compirà il giudizio sulla storia, si vedrà chi aveva ragione, tante cose si chiariranno, si illumineranno, si pacificheranno anche per coloro che in questa storia ancora soffrono, ancora sono avvolti nell’oscurità, ancora non capiscono il senso di ciò che sta loro accadendo.
Il Signore verrà e io lo vedo ogni mattina, perché il sole sorge proprio dal Monte degli Ulivi e col sorgere del sole sento la certezza del venire del Signore per giudicare fino in fondo la nostra vita e renderla trasparente, luminosa, oppure per purificarla là dove essa necessita di purificazione.
(Card. Carlo Maria Martini nell'omelia per i suoi XXV anni di episcopato)
mercoledì 12 ottobre 2011
L'anziano Martini ci aiuta a considerare le età della vita alla luce della tenerezza di Dio
Citando un proverbio indiano mons. Carlo Maria Martini definisce l'ultima fase della sua esistenza, quella del «tempo in cui s'impara la mendicità».
Su tale proverbio, il cardinale ha organizzato il testo di questo libro, in cui viene affrontato il tema della «sapienza della vita» nelle sue quattro fasi: la fanciullezza, la giovinezza, l'età adulta e l'anzianità.
La condizione umana, sempre provvisoria pur nella sua apparente continuità, muta con il mutare del corpo e dell'animo sotto la spinta dell'esperienza e dei fatti di tutti i giorni. Martini ha più volte analizzato, nei suoi incontri con i giovani, i lavoratori, gli anziani, i rischi e la grandezza di ogni età, ciascuna degna di essere vissuta con il massimo impegno e consapevolezza.
Le parole del cardinale, una delle voci più ascoltate da cattolici e laici, sono frutto quindi di una lunga, personale meditazione, e hanno come intento non soltanto di aiutare l'uomo contemporaneo a superare con serenità e consapevolezza le innumerevoli prove che deve affrontare quotidianamente, ma di metterlo anche in condizione di passare da un'età all'altra senza soccombere sotto il peso delle inevitabili e crescenti difficoltà e responsabilità, che sono invece la vera fonte della nostra crescita. Maturazione, responsabilità, libertà, coraggio, sofferenza sono i termini più utilizzati in queste riflessioni per accompagnare ciascun uomo nella bella e tempestosa traversata della vita.
Una guida rivolta a tutti noi, credenti e non, all'alba o al tramonto della nostra umana avventura, ispirata da comprensione e amore, perché «la grande tenerezza con cui Dio ci è vicino mette in fuga la timidità e la paura, producendo pace, serenità, gioia. Si sente che qualcuno è presente ed è molto più grande di noi; che le piccole cose che stiamo vivendo ci portano in realtà molto al di là della nostra esperienza, verso il gusto di una presenza santa, tenera, affettuosa, capace di non abbandonarci mai».
Il libro è edito da Mondadori e lo trovi anche su iTunes a 9,99 euro, purtroppo... non dovrebbero gli ebook costare un po' di meno?
Su tale proverbio, il cardinale ha organizzato il testo di questo libro, in cui viene affrontato il tema della «sapienza della vita» nelle sue quattro fasi: la fanciullezza, la giovinezza, l'età adulta e l'anzianità.
La condizione umana, sempre provvisoria pur nella sua apparente continuità, muta con il mutare del corpo e dell'animo sotto la spinta dell'esperienza e dei fatti di tutti i giorni. Martini ha più volte analizzato, nei suoi incontri con i giovani, i lavoratori, gli anziani, i rischi e la grandezza di ogni età, ciascuna degna di essere vissuta con il massimo impegno e consapevolezza.
Le parole del cardinale, una delle voci più ascoltate da cattolici e laici, sono frutto quindi di una lunga, personale meditazione, e hanno come intento non soltanto di aiutare l'uomo contemporaneo a superare con serenità e consapevolezza le innumerevoli prove che deve affrontare quotidianamente, ma di metterlo anche in condizione di passare da un'età all'altra senza soccombere sotto il peso delle inevitabili e crescenti difficoltà e responsabilità, che sono invece la vera fonte della nostra crescita. Maturazione, responsabilità, libertà, coraggio, sofferenza sono i termini più utilizzati in queste riflessioni per accompagnare ciascun uomo nella bella e tempestosa traversata della vita.
Una guida rivolta a tutti noi, credenti e non, all'alba o al tramonto della nostra umana avventura, ispirata da comprensione e amore, perché «la grande tenerezza con cui Dio ci è vicino mette in fuga la timidità e la paura, producendo pace, serenità, gioia. Si sente che qualcuno è presente ed è molto più grande di noi; che le piccole cose che stiamo vivendo ci portano in realtà molto al di là della nostra esperienza, verso il gusto di una presenza santa, tenera, affettuosa, capace di non abbandonarci mai».
Il libro è edito da Mondadori e lo trovi anche su iTunes a 9,99 euro, purtroppo... non dovrebbero gli ebook costare un po' di meno?
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